Ancona e Napoleone
Un viaggio tra i luoghi, le storie e i personaggi dell’epopea napoleonica ad Ancona.
Tra il 1796 e il 1815 la storia di Ancona si intrecciò profondamente con quella di Napoleone Bonaparte. Per quasi vent’anni la città fu teatro di rivoluzioni, assedi, trasformazioni urbanistiche e presenze illustri che ne cambiarono per sempre il volto.
Napoleone considerava Ancona un punto strategico fondamentale sull’Adriatico e lo scrisse chiaramente al Direttorio nel 1797, definendo il suo porto essenziale per i collegamenti con Costantinopoli e la Macedonia. Il futuro imperatore visitò la città più volte a partire dal febbraio 1797, soggiornando a Palazzo Trionfi e nella villa dei conti Camerata di Colle Ameno.
Tutto cominciò con l’arrivo delle truppe francesi nel 1796 e la nascita della Repubblica Anconitana (1796-1798), ispirata ai valori della Rivoluzione francese. Seguirono il drammatico assedio del 1799, che vide contrapporsi contingenti russi, turchi, austriaci e insorgenti all’esercito napoleonico asserragliato dentro le mura, e poi il periodo del Regno d’Italia napoleonico (1808-1815), quando Ancona divenne capoluogo del Dipartimento del Metauro. In quegli anni la città assunse di fatto il ruolo di seconda capitale del regno, per la frequente presenza del viceré Eugenio di Beauharnais, che fece costruire il Fortino nella baia di Portonovo e vi soggiornava per curare il suo cospicuo appannaggio.
Ad Ancona risiedettero a lungo anche altri esponenti della famiglia Bonaparte e dei cosiddetti “Napoleonidi”, ben oltre la fine dell’Impero: tra questi il futuro imperatore Napoleone III con sua madre Ortensia, giunti in città nel 1831 in occasione dei moti rivoluzionari.
Di quell’epoca restano numerose tracce nel tessuto urbano – forti, polveriere, ville, opere d’arte – mentre di altri luoghi celebri, come il sontuoso Palazzo Trionfi e il Palazzo dell’Appannaggio, resta solo la memoria storica, essendo stati distrutti durante la Seconda guerra mondiale.
Oggi il Comune di Ancona fa parte della Federazione Europea delle Città Napoleoniche (FECN), la rete di oltre 60 città in 13 Paesi europei che gestisce l’itinerario culturale “Destination Napoleon”, certificato dal Consiglio d’Europa. L’adesione, deliberata nel 2024, ha avviato un percorso permanente di riscoperta e valorizzazione del patrimonio napoleonico della città, con un programma annuale di visite guidate, conferenze, rievocazioni e iniziative culturali.
Esplora la mappa
I siti napoleonici di Ancona

Madonna del Duomo
Tela di ignoto del XVI secolo. Il dipinto si trova nel transetto sinistro della Cattedrale ed è custodito in un’edicola marmorea progettata da Luigi Vanvitelli nel 1736.
Il quadro raffigura la Madonna a mezzo busto con una corona d’oro applicata sopra quale segno della devozione popolare. La tela è racchiusa in un’edicola di marmo fatta costruire nel 1736 dal vescovo Bartolomeo Massei su disegno di Luigi Vanvitelli per contenere le reliquie dei santi protettori e collocarvi al centro la Sacra Immagine.
Alla notizia che la pace di Bologna concedeva ai francesi il possesso della città di Ancona, il popolo accorse numeroso al Duomo per pregare l’immagine sacra della Madonna che li proteggesse dal pericolo imminente. Il 26 giugno 1786 alcune popolane, mentre erano inginocchiate davanti all’altare, iniziarono a rumoreggiare asserendo che la Madonna aveva mosso gli occhi e sorriso. La voce si sparse in città e subito iniziò un irrefrenabile pellegrinaggio di popolo verso la Cattedrale. Il giorno dopo l’immagine fu portata in processione e molte furono le affermazioni sulla veridicità del miracolo.
L’11 febbraio 1797 il Generale Bonaparte, giunto ad Ancona e alloggiato a Palazzo Trionfi venuto a sapere del miracolo, convocò i due canonici della Cattedrale incaricati della manutenzione dell’altare della Madonna e formulò loro le accuse di impostura e inganno tese a fomentare il popolo per sollevarsi contro i francesi. I due religiosi rigettarono le accuse e riuscirono a convincere il generale ad esaminare lui stesso la Sacra Immagine.
L’ispezione fu fissata per la sera del giorno successivo quando, con molta circospezione e senza darne pubblica notizia, il quadro fu portato a palazzo Trionfi e esposto su un tavolo del salone dell’appartamento in maniera ben visibile non solo a Napoleone ma anche agli Ufficiali dello Stato Maggiore, ai rappresentanti della municipalità e ad altre persone del seguito.
Il generale prese in mano la tela che era stata tolta dalla cornice e la privò della corona di perle per darla, a suo dire, in dote ad una povera fanciulla. In quel momento gli astanti scorsero un turbamento nel volto del Generale il quale, successivamente, incalzato dai canonici acconsentì a che il quadro fosse riportato nella sua collocazione originaria ma che venisse coperto con un velo da togliersi solamente il sabato durante la recita del Rosario e per tutta la giornata solo nelle maggiori festività.


Forte Cardeto
Anno di costruzione: 1808 / 1812.
Il forte Cardeto è costituito da una cinta muraria preceduta da un fossato su cui gli spalti si affacciano da un’altezza di circa cinque metri. La cinta è interrotta al centro da una scarpa che segue l’andamento del terreno. Il lato del muro che volge a est arriva fino al ciglio della falesia chiudendo così qualsiasi tentativo di aggiramento. Il lato del muro che volge a ovest si collega alla strada coperta che porta al bastione di San Paolo. Al di là del fossato venne eretto il muro di controscarpa che nel lato ovest ospita anche dei locali voltati. Un rivellino a forma di freccia si insinua verso il fronte d’attacco proprio in corrispondenza della scarpata del forte. Il fronte di gola ha dei terrazzamenti che sono percorsi dalla strada di accesso.
Già nel 1575 il capitano Latino Orsini, in una relazione rivolta a Papa Gregorio XIII a proposito delle opere di difesa di Ancona, lamentava la mancanza di fortificazioni sul Monte Cardeto dal quale si poteva battere la città. Bisognerà attendere l’arrivo dei francesi affinché vi venga realizzata un’opera di campagna a tripla cinta che sarà importante durante l’assedio del1799. Nel 1807 viene nominato direttore delle fortificazioni Pierre Phebade Sevin de Talive (1767-1834) che predispone un piano di difesa della città che prevede la costruzione di un forte sulla sommità del colle Cardeto. Il progetto viene messo in discussione dallo stesso Napoleone che non condivideva il progetto di predisporre la difesa su quattro lati come se il forte fosse posizionato in pianura. Secondo l’Imperatore, il forte aveva un solo fronte d’attacco mentre i rimanenti lati erano difesi naturalmente dalla falesia sul mare e dalle pendici del colle. Seguendo queste indicazioni, il capitano del genio militare Gouville predispone il progetto esecutivo. Nel 1809 si diede avvio alla sua realizzazione e vi vengono impiegati circa 500 uomini per alcuni anni. Contemporaneamente fu realizzata la strada coperta che unisce il forte Cardeto al bastione di San Paolo.
L’opera ebbe un ruolo importante durante gli assedi di Ancona da parte degli austriaci nel 1849 e da parte dei piemontesi nel 1860.
Nel nuovo assetto di difesa che la città assunse dopo l’ingresso nel Regno d’Italia, il forte Cardeto rappresentava la principale difesa dell’ala nord della nuova cinta muraria che partiva proprio dal Cardeto per collegarsi alla lunetta di Santo Stefano sul lato opposto della valle. Alla fine del XIX secolo, venuta a cadere la necessità di una difesa terrestre della città, il forte fu adibito a deposito e a postazioni di osservazione e, durante la prima guerra mondiale, anche antiaeree. A tali scopi il forte fu impiegato anche durante la seconda guerra mondiale. Passato di competenza della Marina Militare, nella sommità vi fu istallata una stazione radar mentre il versante ovest fu abbandonato e venduto al comune di Ancona. Attualmente rimane una piccola porzione in uso alla M.M., mentre la parte principale delle strutture fortificate rientra nel cittadino “Parco del Cardeto”.
Oggi è parte del Parco del Cardeto, uno dei luoghi più suggestivi della città.

Lunetta Santo Stefano
Realizzata nel 1812 sul Colle di Santo Stefano, a margine del Parco del Pincio, fu costruita secondo il progetto di Pierre Savin de Talive rielaborato da Gouville (entrambi ufficiali del genio militare francese) in base alle esigenze rilevate sul campo in fase di costruzione.
Si venne così a realizzare un tipo modificato di Lunette d’Arcon (da Michaud d’Arcon – 1733/1800 inventore del tipo di fortificazione), opera composta da due facce e da due fianchi, realizzata staccata dal resto della piazza; un avamposto fortificato ma facilmente controllabile dai bastioni della piazzaforte in quanto il fronte di gola non è chiuso e risulta difeso solamente da una piccola costruzione impiantata al centro. Quest’ultima è realizzata a forma di torre a due piani, l’uno di protezione all’altro. Nella conformazione originaria, questa torre dispone di gallerie che la mettono in comunicazione con l’interno della piazza e con le controscarpe casamattate, ma queste strutture sono assenti nella fortificazione anconetana. In pratica, non potendo costruire a causa della natura del terreno una struttura difesa sui quattro lati, si è optato per una forma a punta di freccia, ben munita sul fronte d’attacco ma parzialmente sguarnita sul fronte di gola la cui difesa è appunto affidata alla torre. Nel caso anconetano, la torre è stata sostituita da una specie di casermetta dotate di feritoie sul fronte di gola e alcune cannoniere che coprono anche il fronte d’attacco.
Dopo il ritiro dei francesi, la città fu temporaneamente occupata dagli austriaci che nel 1815, abbandonando la città, fecero saltare alcune postazioni militari tra cui la Lunetta. Ricostruita, durante l’assedio del 1849 ebbe un ruolo importante nella difesa della città, ma, battuta dai cannoni posizionati sul monte Pulito e sul monte Marino, fu rapidamente conquistata dagli austriaci assedianti. Nessuna importanza ebbe invece durante l’assedio piemontese del 1860 in quanto i principali scontri si ebbero dall’altro lato della città, verso il Lazzaretto e la stazione.
Dopo l’annessione di Ancona al Regno d’Italia e la decisione di allargare la cinta muraria cittadina, la Lunetta si venne a trovare a fare da cerniera tra le nuove mura che, partendo dal forte Cardeto, salivano dalla valle degli Orti e che, ruotando di 90 gradi verso ovest, si andavano a collegare con il Campo Trincerato della Cittadella. La Lunetta di S. Stefano divenne quindi un ridotto all’interno della città perdendo il connotato di avamposto.
Le nuove tecniche di difesa messe in atto per il progresso tecnologico delle armi avvenuto nella seconda metà dell’800 causarono il lento ma inesorabile declino delle fortificazioni strutturate secondo i vecchi concetti di difesa. Al progressivo abbandono delle vecchie postazioni militari, non fece eccezione la lunetta di S. Stefano che perse la sua funzione nei primi decenni del 1900 quando furono parzialmente abbattute le mura che la collegavano al Cardeto. Successivamente, la proprietà passò al Comune di Ancona, che la detiene ancor oggi.

Palazzo Trionfi (non più esistente)
Sorgeva nell’attuale piazza della Repubblica, a sinistra del Teatro delle Muse.
Il palazzo è il frutto della completa ricostruzione di un intero isolato le cui abitazioni esistenti furono acquistate progressivamente nella prima metà del ‘700 da Francesco Trionfi fino a che nel 1750 si diede inizio all’opera di realizzazione del palazzo. Era questo un momento particolarmente prospero per la città e la famiglia che con la costruzione della loro fastosa dimora, volle dare un segno visibile della posizione raggiunta e dell’investitura del marchesato di Fiumesino.
La facciata prospettava sulla piazza del Teatro delle Muse ed era divisa in lesene che dalla parte bassa si alzavano con capitelli ionici. Le finestre del piano nobile, arricchiti da timpani e cornici, si adornavano di decorazioni scultoree. Due grandi portoni si aprivano sulla strada mentre il retro affacciava sul porto. Era il palazzo più sontuoso della città, aveva 158 vani dei quali 25 tra saloni e camere da letto più una cappella privata.
Il palazzo, oltre la famiglia Trionfi, ospitò insigni personaggi di passaggio in città tra cui Napoleone Bonaparte. Gioacchino Murat e principi Reali della Casa Savoia. Frazionato tra vari eredi, nel 1938 fu completamente ceduto a vari acquirenti.
Durante il bombardamento alleato del 25 aprile 1944, fu colpito nella parte prospicente lo scalo Vittorio che lasciò scoperto lo scalone monumentale. Dopo la liberazione della città, fu completamente demolito su disposizione del Comando Alleato per agevolare l’ingresso al porto.


Palazzo dell’Appannaggio (non più esistente nella forma originale)
L’edificio fu costruito nel 1789 quando fu riorganizzato lo spazio all’ingresso in città della nuova strada proveniente da nord. La piazza così ottenuta prese il nome di “Piazza Nuova”. Sul lato che chiudeva la vista del mare, fu realizzato un imponente palazzo con un alto basamento sul quale si appoggiava l’ordine gigante che sorreggeva il cornicione. Un’alternanza di forme geometriche riquadrava gli ordini delle finestre.
Inizialmente il palazzo ospitò l’”Albergo Reale” divenuto poi “Albergo della Fenice” e successivamente divenne la sede amministrativa dell’Appannaggio Reale da cui il nome.
Si trattava di gestire i beni ecclesiastici che Napoleone Bonaparte con disposizione del 15 marzo 1810 aveva sottratto alla chiesa ed agli Enti Ecclesiastici per destinarli al mantenimento del vicerè d’Italia Eugenio Beauharnais e della sua corte donde il nome “Appannaggio”. Il palazzo ospitò varie volte il principe Eugenio durante le sue visite in città e nel 1831 anche Napoleone Luigi, il futuro imperatore Napoleone III, e sua madre Ortensia sorella di Eugenio venuta in aiuto del figlio compromesso nei moti rivoluzionari di quell’anno.
Dopo l’Unità d’Italia divenne sede della Banca Nazionale poi Banca d’Italia. Rinnovato negli anni ’20 del XX secolo dal noto architetto Guido Cirilli, fu completamente demolito e ricostruito nelle forme odierne dopo i notevoli danni subiti durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Continua ad ospitare la sede della Banca d’Italia.


Polveriera Beato Amedeo
Situata nel Parco della Cittadella, alle pendici orientali del colle, fu costruita tra il 1811 e il 1812 per rifornire le artiglierie della Fortezza durante l’occupazione francese.
Resasi necessaria per l’approvvigionamento delle artiglierie dell’imponente complesso difensivo della Fortezza, fu realizzata durante il periodo dell’occupazione della città da parte delle truppe francesi dell’imperatore Napoleone Bonaparte. È costituita da un unico vano con relativo soppalco che poteva contenere 430.000 chilogrammi di polvere da sparo e 21.400.000 di cartucce. Il tetto spiovente, rivestito di terra, la rendeva “alla prova”, cioè capace di resistere ad un bombardamento.
Il progetto si deve al Capitano del Genio Militare Gouville redatto nel 1811 secondo i criteri dettati dal marchese di Vauban, uno dei più grandi ingegneri militari di tutti i tempi. Già l’anno seguente si poteva dire completata. E’ stata intitolata al duca di Savoia Amedeo IX che regnò dal 1465 al 1472 conducendo una politica sempre soggetta ai voleri della Francia. Praticamente disinteressato della vita pubblica, rinunciò al trono e si ritirò a Vercelli dove si dedicò alla cura dei bisognosi. Fu beatificato nel 1678.
Negli anni ’70 del 1900 in seguito all’abbandono da parte dell’Esercito Italiano delle strutture della Cittadella, la polveriera per un periodo fu in uso alla sezione anconetana dell’Unione Italiana Tiro a segno. Attualmente è in stato di abbandono anche se la struttura è sostanzialmente integra.

Villa di Colle Ameno
Costruita nel 1795 come residenza estiva della famiglia Camerata, sorge su un rilievo vicino al mare a Torrette.
Situata su un rilievo prospicente il mare, si eleva per quattro piani uniti tra loro da uno scalone di tipo vanvitelliano. Numerose le stanze oltre al salone del piano nobile. Alcune “dependance” erano adibite a stalla e magazzini. La villa è circondata da un ampio parco da cui parte un collegamento sotterraneo che porta direttamente alla spiaggia.
La villa apparteneva alla famiglia dei Conti Camerata nota in Ancona anche per le sue simpatie verso i francesi. Antonio Camerata fu podestà di Ancona durante il Regno d’Italia. Quando il vicerè Eugenio Beauharnais visitò Ancona il 27 ottobre 1810 fu ospite dei Camerata nella villa di Colle Ameno. Il legame con la famiglia Bonaparte proseguì anche dopo la morte dell’Imperatore, il 17 novembre 1824 il conte Filippo Camerata-Passionei sposò Elisa Napoleona Baciocchi, figlia di Elisa Bonaparte sorella di Napoleone, che venne a vivere ad Ancona.
Nel 1908 Luigi Rocchi Camerata Passionei rimasto senza discendenza, donò tutto il complesso ad un ordine religioso di Ancona. Fu quindi acquistata dalle suore belghe appartenenti all’ordine delle “Canonichesse Regolari di Sant’Agostino” alle quali succedettero le suore dell’ordine delle “Figlie della Carità Canossiane” le quali trasformarono la villa in educandato per le fanciulle a cui diedero il nome di “Stella Maris”. Abbandonata per il terremoto del 1972, fu acquistata dall’Arcidiocesi di Ancona-Osimo che la trasformò in centro pastorale. Attualmente è adibita a casa per ferie.


Fortino Napoleonico
Costruito nel 1811 nella baia di Portonovo in pietra bianca del Conero, il forte ha pianta pentagonale con la base rivolta al fronte di gola. Ai lati si protendevano due capponiere verso il mare, mentre il fronte d’attacco aveva feritoie per i cannoni. Poteva ospitare fino a 600 militari e faceva parte del sistema di fortificazioni francesi nell’area anconetana.
Durante la guerra tra Francia e Inghilterra, con il blocco dei porti adriatici e le incursioni inglesi dall’isola di Lissa, fu rinforzata la difesa della baia per impedire ai britannici di approvvigionarsi alla fonte di Portonovo. Il 2 maggio 1811 gli inglesi tentarono di sbarcare ma furono respinti. Il forte fu probabilmente costruito usando pietre del monastero dei benedettini accanto alla chiesa di Santa Maria.
Dopo l’Unità d’Italia fu abbandonato e cadde in rovina. Restaurato negli anni Sessanta, oggi ospita un albergo e ristorante affacciato sulla baia.

